17 marzo 2015

“Più leggero non basta”, Italia, 1997, diretto da Elisabetta Lodoli

“Più leggero non basta” è un film per la televisione del 1997, e finora è il film migliore che io abbia visto sulla disabilità. Le caratteristiche principali sono il realismo (il film ha un po’ del documentario) e il tentativo di trattare – o più spesso semplicemente toccare, perché i tempi sono stretti – un ampio raggio di questioni e situazioni legate alla disabilità (fisica), come se il film volesse fornire una “carrellata” di temi e spunti di riflessione.


Un altro elemento significativo è l’originalità: il personaggio principale, tanto per cominciare, è donna e disabile fisica (tra l’altro non per il “solito” incidente ma per una malattia), e questo è un binomio che non si trova quasi mai nei film. In più, è bella, bella davvero. La interpreta Giovanna Mezzogiorno.
L'altro protagonista è un architetto, che sceglie di fare l'obiettore di coscienza invece del servizio militare (e ammetto che questo è un altro elemento che mi ha fatto apprezzare il film). Come servizio civile deve fare assistenza alla ragazza, ed è così che Marco e Elena si incontrano.

Da qui in poi è pieno di spoiler.

Il film inizia con l’introdurre Marco, giovane architetto in carriera che si reca in caserma per avere informazioni sul servizio civile. Tra l’altro, credo che con l'atteggiamento ironico e sprezzante di Marco si voglia alludere a cosa di buono potrebbero fare i soldati (vedi assistenza ai disabili) invece di fare quello che fanno. In seguito una segretaria informa Marco che deve port are dei documenti in caserma, e Marco ribatte: «Non è che li posso spedire?, perché mi mette un po' di angoscia». Epico! Ho adorato questa scena.

Marco rappresenta l’uomo medio con i suoi interessi, la disabilità è fuori dal suo ordine di idee: tutto a un tratto si deve confrontare con una realtà che non conosce e ci si ritrova coinvolto suo malgrado, capendo verso la fine del film che una volta conosciuta non se ne può più distanziare. È un messaggio potente, perché Marco cambia la sua routine e le sue priorità per continuare a lavorare con l’associazione di Elena anche dopo il servizio civile.

In generale la mia impressione è stata che, soprattutto all’inizio, il film voglia catturare lo spettatore “scioccandolo” così come Marco viene scioccato all'associazione dove lavora Elena, e un pochino forse esagera col cinismo.
Ad esempio il direttore dell'associazione, disabile, è un antipatico di prima categoria, e mette Marco a disagio con i suoi commenti. Probabilmente l’obiettivo è di far vedere, e sì che ce n’è bisogno, che i disabili possono essere stronzi come tutto il resto del genere umano, specie se si ha un ruolo di potere: tanti datori di lavoro hanno un atteggiamento intimidatorio. Mentre Marco e il capo dell'associazione parlano, quest’ultimo viene aiutato da un silenzioso e discreto assistente, e si introduce così quello che sarà il ruolo di Marco. A casa, il ragazzo racconta impressionato alla fidanzata che il direttore sembrava avere delle mani di gomma, un dettaglio molto realistico. È chiaro che Marco, prima di iniziare il servizio, è terrorizzato. Tanto per migliorare le cose, quando il ragazzo entra nella stanza dove c'è Elena per conoscerla, lei è voltata dall'altra parte, da migliore film di suspance.

Si vede che dietro alla realizzazione film c’è tanto “studio sul campo”. Vengono realizzate varie situazioni dove emergono le problematiche quotidiane delle persone in carrozzina. Sono scene originali, che rappresentano i dettagli, e soprattutto sono scene verosimili, in cui mi sono ritrovata. Faccio una lista delle scene che ho davvero apprezzato, perché un film che si sofferma su dettagli del genere non l’avevo mai visto.

  • Elena chiarisce subito a Marco che non ha bisogno di molte cose, ma che quelle cose devono essere fatte bene (ho deciso che questa frase la userò prima di assumere una nuova assistente). Quello dell’assistente è un lavoro, serio, da compiere con la massima professionalità.

  • A Marco viene detto che deve evitare i cani perché Elena ha paura. E lei ribatte: «Non ho paura, è che se mi salta addosso mica mi alzo e scappo!» Fantastico. Grazie a chiunque abbia scritto questa battuta che risponde a tutti quei cinofili lobotomizzati che non vogliono capire perché preferisci che non sguinzaglino il loro cagnone.

  • Elena a volte cade in avanti all’improvviso e in quei frangenti non riesce a respirare. Di nuovo le problematiche reali, senza timore di fare scene forti. (Ma intanto ti prudono le mani perché vorresti tanto chiederle come mai non mette una cinta per evitare la caduta libera!) «Se faccio una cazzata quella muore» dice Marco alla fidanzata.

  • Mentre Marco lavora con Elena, quelli dell’associazione lo trattano come un pacco, come un accessorio della ragazza. Ovviamente non è auspicabile che un assistente venga trattato così, ma la scena mi ha fatto ridere, perché fa quella cosa insolita di dare più importanza al disabile che al suo accompagnatore. E Marco non fa una piega! Magari tutti gli assistenti fossero così discreti.

  • A un certo punto Marco viene scelto come cavia per una dimostrazione su come fare le scale con una carrozzina. È interessante perché la scena del tutorial dura a lungo, è come se si volesse istruire anche chi vede il film – per ogni evenienza! –  e si prende tutto il tempo che ci vuole. E fa anche un po’ ridere. Una buona scena, quindi.

  • Si introduce poi il problema, drammatico, di una ragazza disabile delle superiori che a causa della mancanza dell'assistenza a scuola non può andare in bagno e si deve tenere la pipì. Marco è sbalordito dal fatto che esistano situazioni come questa, ed è probabilmente stupefatto anche lo spettatore digiuno dei problemi legati alla disabilità. Segue l'incontro di Elena con l'insegnante di sostegno della ragazza, rigido, indifferente, antipatico e inutile come solo la piaga degli insegnanti di sostegno per i disabili fisici (che non hanno bisogno di un insegnante particolare, ma solo di un aiuto fisico) sa essere.

  • Una sera Marco e Elena, uscendo dalla sede dell’associazione, si trovano la via sbarrata da una macchina parcheggiata male, per cui Elena non può salire in auto: ecco un messaggio per sensibilizzare i parcheggiatori abusivi o distratti. Allora Elena chiede a Marco di spostarla, dando per scontato che ci riesca. E lui le risponde: «Credi che quelli che non stanno sulla carrozzina siano onnipotenti?». Touché! Ecco un messaggio per i disabili. Marco e Elena chiamano i vigili, che arrivano puntualmente quando la situazione si è già risolta: come al solito i disabili si arrangiano, in questo caso Elena chiama l'energumeno di turno, che in quattro e quattr’otto sposta la macchina. È interessante notare che Marco esterna molto più di Elena la sua indignazione per la questione della macchina: ha il tipico comportamento di chi incontra questi problemi per la prima volta.

  • Ma dove l'ha trovato Elena questo tipo forzuto pronto all’uso per spostare la macchina? È un suo ex, come spiega a Marco poco dopo, e ovviamente viene fuori l'argomento sesso, e il fatto che qualcuno è imbarazzato dal tema sesso e disabilità: Marco compreso. Ecco che Marco fa di nuovo la parte di quello estraneo al mondo della disabilità, che quando scopre che Elena fa sesso fa una brutta figura, dimostrando di avere in testa tanti stereotipi.

  • La cugina coetanea di Elena la chiama “Briciola”, e segue un bel primo piano di Marco che ripete “Briciola?!”, allibito da questo soprannome svilente. Riecco il senso critico già mostrato all'inizio, in caserma, la sua intelligenza pronta.

  • Elena grida: «Marco, le mani!» prima che lui si allontani: vuole che gliele posizioni sul joystick della carrozzina in modo da essere autonoma. Nella sua immediatezza di ordine quasi brusco, è un dettaglio vero, che si prende il suo tempo, senza paura di stonare o essere contornato da spiegazioni. E che soprattutto rientra nel frasario quotidiano del rapporto fra disabile e assistente, dove non ogni richiesta è accompagnata da “per favore” e “grazie”. L’apice del realismo, secondo me, si tocca anche nella scena successiva, dove Elena dice: «Mamma, ho sete», e la madre risponde: «Sì, amore», porgendole e reggendole il bicchiere in un gesto spontaneo, quotidiano, quasi automatico. Pochi secondi di una semplicità e dolcezza disarmante, che non ha niente di falso o edulcorato.

  • Carina la scena in cui Marco e Elena sono nella piscina. Carino il fatto, in generale, che Marco e Elena non si innamorano necessariamente solo perché sono di sesso opposto e si trovano a fare i protagonisti del film. Ognuno continua ad avere la sua relazione, e viva l’amicizia.

  • Si introduce anche il problema della clinica per lungodegenti, dell’autonomia, della vita di Elena dopo che i suoi genitori non ci saranno più. E il brutto è che il film, ovviamente, non dà una soluzione (Ahi, nel 1997 la Vita Indipendente in Italia era un miraggio). Ma immagino che aver almeno sollevato il problema sia un bel passo avanti.

  • A una conferenza, quando Elena chiede a Marco di accompagnarla dall’amico Paolo, lui le chiede, un po’ titubante: «Ti porto per tutta la sala?» e lei risponde: «Eh, chiederemo permesso.» a dimostrazione che una che è più ingombrante della persona media dev’essere sempre cazzuta e determinata per non rinunciare a ciò che vuole. Marco probabilmente è imbarazzato dal dover fare lo slalom tra le persone in sala, ma è l’unico modo, e perché Elena dovrebbe rinunciare?

  • Alla conferenza c'è un assessore che parla poco, e quando lo fa dice comunque sciocchezze, continuando a procrastinare, svicolare e blaterare qualcosa sul contattare la sua segretaria. Infine tenta la fuga dalla sala. Ecco la rappresentazione dell’uomo politico indifferente.

  • C’è anche il tema dell’amore tra disabili! Elena e Paolo sono innamorati, ma non sanno come fare per stare insieme. «Se uno non ha paura il modo lo trova», dice Elena. Io direi piuttosto: se uno ha i soldi il modo [cioè gli assistenti N.d.R.] lo trova! Peccato che il film è bello datato, e i servizi fanno schifo adesso, figuriamoci allora!

  • Il film introduce anche la possibilità di volontari stranieri. E con questo riferimento al sostegno all’immigrazione, in aggiunta a quello all’inutilità dell’esercito e alla gestione intelligente e originale del tema disabilità, il film si colloca decisamente tra i miei preferiti.


Marco, che rappresenta l'uomo medio che non sa niente di disabilità, viene coinvolto, catapultato nella realtà complessa e piena di ostacoli di Elena, e diventa impegnato, si carica dei problemi. Acquisisce una prospettiva nuova, sino ad allora ignorata. Ed è così che proprio da lui viene la proposta di trovare dei volontari da assegnare ai quindici ragazzi distrofici delle scuole superiori di Roma. Marco e Elena si mettono quindi alla ricerca di sessanta volontari, perché ovviamente bisogna che il lavoro sia diviso tra tante persone. Non è certo la soluzione ideale avere un aiutante diverso ogni giorno, ma ovviamente il lavoro dell'assistente – pagato – non è adeguatamente regolamentato. Inoltre in questo modo si risolve il problema solo per i ragazzi distrofici. E tutti gli altri disabili che fanno? Mistero. Questi volontari a rotazione non fanno altro che arginare un pochino il problema, ma tant’è. Immagino che da qualche parte bisogni pur iniziare.

Nel film qualche neo c’è, ovviamente. Però sono pochi. Eccoli:

  • A un certo punto Elena e Marco sono all'associazione. È sera e stanno finendo di scrivere una lettera: lei detta e lui batte al computer. Elena si lamenta perché lui è lento, e cita i suoi cugini, un po’ fuori contesto, dicendo che loro farebbero molto prima. Marco in pratica le risponde che deve essergli grata che sia ancora lì a scrivere, dato che sono già oltre l'orario stabilito. Lui è un mezzo volontario, non è pagato, e quindi si devono conciliare gli interessi di entrambi. Peccato che Elena invece stia lavorando, eppure lei non ha neanche il diritto di lavorare fino a tardi ed essere in ritardo col lavoro. Se lui invece fosse un assistente pagato Elena potrebbe continuare la lettera senza contare sulla carità di nessuno. Il film però questo non lo esplicita.

  • Elena e Marco fanno una buona squadra, sono in sintonia, eccetera eccetera. Se non fosse per un dettaglio che salta un po’ all'occhio, e cioè che la vescica di Elena dev’essere bella resistente! È evidente che un maschio non può portarla in bagno. O no? Ma non ci sono alternative, a quanto pare, si prende quello che c’è e gli obiettori sono tutti maschi. Elena, mi dispiace per la tua vescica, ti sono vicina.

  • Elena, l'obiettore che Marco deve rimpiazzare e gli altri dell'associazione sono tutti molto sbrigativi e ironici, Marco all'inizio si sente un pesce fuor d'acqua. Mentre Marco fa il tirocinio su come assistere Elena, il suo predecessore gli raccomanda di non prendere le buche nella strada sconnessa, e se ne esce con: «A loro non piace». Sì, è verissimo che "non piace". Però a dire "a loro non piace", sembra che si parli di un'altra razza. A volte il film è un po’ troppo cinico.
                                                                              
  • Elena ha qualche idea strana, ma per carità, sono opinioni. Secondo lei, il motivo per cui piace agli uomini è perché ha un corpo passivo, di cui bisogna solo prendersi cura. E va be’, è una sua idea. Poi è fissata con i suoi cugini, fisicamente in salute, "belli forti e sani". È arrabbiata di non esserlo anche lei, e c'è la "solita" scena del disabile un po’ scontento della sua vita. Forse i registi ci volevano davvero mettere tutto.


“Più leggero non basta” non è il top della fotografia, non è scenico come lo è, per esempio, “Quasi amici”. Ha un po’ uno stile che ricorda quello del documentario – vuole decisamente istruire anche il pubblico, sensibilizzare – , ma le parti comiche abbondano. È un film che ti sorprende sia stato fatto quasi vent’anni fa e sia comunque così moderno.


Ecco il link al film

http://www.nowvideo.li/video/355ea6f718214




3 commenti:

  1. Ciao sono filippo e sono un ragazzo disabile prova a vedere ex drummer di Koen mortier o a morte Hollywood di john waters

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    1. Figurati...comunque di waters ti direi di vederti tutta la filmografia...ma i primi film sono un po' pesanti...cattivissimi e disgustosi...insomma...black humor...vedi tu...poi ha cambiato stile è diventato più accessibile (hollywoodiano) mantenendo però lo stesso cinismo per criticare la società americana...a morte Hollywood fa parte di questo periodo ed è interessante perchè critica le produzioni hollywoodiane melense tipo forrest gump o patch Adams...ex drummer invece è anche violento e cinico come film ma non così estremo come il primo waters...

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